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Nella storia dei popoli ci sono eventi di memoria storica che hanno una forte incidenza nei processi acculturativi e inculturativi, orientano l'evoluzione culturale e la formazione dell'identità culturale, contribuiscono allo sviluppo del senso di appartenenza culturale e la consapevolezza di essere un "soggetto" destinatario di diritti e doveri.

La memoria è una mappa criptata il cui codice d'accesso è la volontà di ricordare.

La memoria storica costituisce "un" sapere, oggetto di analisi rispetto alle trasformazioni sociali, culturali, economiche e politiche.
Nella contemporaneità "globalizzata", scompare l'uomo etico lasciando campo libero alla desertificazione della memoria storica che riappare in brandelli funzionali al sapere economico.

E' facile dimostrare che la memoria storica come fonte di conoscenza non è stata produttrice di sapienza: l'uomo stolto, impegnato nelle sue guerre politiche, religiose, territoriali ha dimostrato di non aver imparato ad evitare ciò che nel passato lo ha penalizzato.
La questione è la motivazione della memoria storica: è fondamentale rintracciare il vero valore dell'atto del ricordare.
Non è importante solo ciò che si ricorda o l'atto di ricordare in sé: il nodo fondamentale è il motivo consapevole che porta un uomo a porsi davanti al suo passato e alla storia, cercando di trarre da essa una strategia di comportamento per la vita nel futuro.
Senza memoria storica, una comunità, un popolo rischia di perdere e smarrire il significato e il senso profondo della propria identità culturale.
Il nostro tempo è caratterizzato da uno sviluppo tecnologico e scientifico vertiginoso che ha ricadute immediate sulla vita quotidiana e su una società in cui sono venute meno "le grandi narrazioni" che avevano giustificato ideologicamente la coesione sociale e ne avevano ispirato le utopie.

 

L'otto aprile si celebra in tutto il mondo la giornata internazionale della popolazione romanì, istituita dalle Nazioni Unite in ricordo del primo storico congresso mondiale tenutosi nel 1971 a Orpington Chelsfield, nei pressi di Londra, che vide riuniti intellettuali e politici delle comunità romanès in rappresentanza di vari paesi europei, stabilendo la denominazione ufficiale “rom” per tutte le proprie comunità, il “romanés” per la lingua, la bandiera romanì (una ruota indiana rossa su sfondo verdeazzurro) e l’inno nazionale Gelem Gelem.

Ed è proprio la consapevolezza di tutte le comunità romanès di essere un unico popolo a rappresentare il baricentro e l'importanza della celebrazione di tale giornata.
Ma troppo spesso soffiano strumentalmente sulla divisione delle comunità romanès per fini puramente strumentali e speculativi, generando il più grande ostacolo all'esercizio dei diritti.

L'otto aprile deve essere celebrato per ribadire l'unità politico-culturale della popolazione romanì, ma il valore di questa giornata continua ad essere poco conosciuto anche dalle stesse comunità romanès.
Acquisire consapevolezza della memoria storica della giornata internazionale della popolazione romanì deve essere per le persone della popolazione romanì la BASE per costruire processi di conoscenza e di evoluzione della cultura romanì, finalizzati ad elaborare una nuova romanipè per affrontare le sfide del terzo millennio.
Una romanipè 2.0 basata dal superamento di quei meccanismi di introiezione della discriminazione che si produce negli appartenenti alle minoranze culturali investite dalla violenza anche simbolica che mina l'autostima, nutre il fatalismo ed il vittimismo, promuove dipendenza.


La FRI-Fondazione romanì Italia ogni anno promuove la celebrazione della Giornata Internazionale della popolazione romanì, nel corso del quale viene assegnato il premio "Ciavò romamò" e vengono presentate le proposte politico-culturali della fondazione.  

 

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