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Tutto il dibattito pubblico sulla popolazione romanì è concentrato esclusivamente sugli aspetti negativi, marginali e strumentali delle nostre comunità, generando una serie concatenata di errori, equivoci e scelte politiche sbagliate che occupano tutto lo spazio politico-mediatico-simbolico, con conseguenze incalcolabili in termini di fossilizzazione delle rappresentazioni sociali che fomentano forme di rassegnazione atavica come di de- responsabilizzazione anche, e soprattutto, istituzionale.
Un dibattito pubblico sulla popolazione romanì in Italia concentrato esclusivamente sulla componente

più emarginata e deviata di essa, produce l'effetto di rendere volutamente invisibile la gran parte delle persone rom che vivono nelle case, che studiano e lavorano, che producono cultura.

Numerosi studi scientifici e documenti politici indicano che una larga maggioranza della popolazione romanì residente in Italia è composta da cittadini italiani che in gran parte non hanno subito le politiche dei "campi nomadi", che è divenuta parte integrante del panorama sociale e culturale locale, a cui, però, manca un solo pre-requisito fondamentale: essere riconosciuta entità culturale del territorio. Infatti, all'interno della popolazione romanì italiana, numerosi sono gli studenti, gli operai, gli impiegati, gli artisti, i professionisti, i commercianti, gli imprenditori, ecc., ma sono invisibili e troppo spesso costretti a subire la negazione dei diritti fondamentali, in primis una forzata assimilazione per non subire la discriminazione razziale, costretti a negare la propria storia e la propria identità culturale.
In Italia il contesto attuale della popolazione romanì è il risultato di quaranta anni di impiego della politica di un modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì privo di senso; un modello composto da scelte politiche-progetti-azioni-denunce decise senza il professionale coinvolgimento dei diretti interessati; un modello che ha concentrato tutto il dibattito pubblico esclusivamente sui campi nomadi.
Le soluzioni attivate portano a individuare due livelli di responsabilità: quello della partecipazione attiva dei rom "come un mezzo" occasionale ed autoreferenziale e quello dei "filtri culturali", che in modo trasversale, hanno permesso la diffusione di conoscenze ed informazioni distorte, folcloristiche e stereotipate delle comunità romanès, della cultura romanì e della Romanipè.
Hanno innescato un meccanismo perverso e confuso di ruoli e di strategie che hanno impedito a tutti i livelli di interiorizzare informazioni di base sulla popolazione romanì.
Da oltre quarant'anni le Istituzioni Europee emanano risoluzioni e raccomandazioni per gli Stati Membri per attivare l'inclusione della popolazione romanì e per sostenere la partecipazione attiva dei rom. I fatti dimostrano che l'inclusione dei rom troppo spesso è solo teoria e carta, e che nelle Istituzioni Europee la partecipazione attiva e professionale dei rom è pressoché inesistente. Al Consiglio d'Europa nel Comitato esperti sui rom (CAHROM) ancora oggi per l'Italia non c'è un professionista rom.
La strategia Italiana per l'inclusione dei rom, sollecitata dalle Istituzioni Europee, è un esempio del modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì, ad iniziare dal nome (rom, sinti e camminanti) che attribuisce alla nostra popolazione una denominazione che è frutto di interpretazioni ed errori di presunti esperti; è grave che accade in un documento politico del Governo Italiano, perché il nome non è solo il primo elemento dell'identità culturale, ma è anche uno strumento di riconoscimento politico e culturale, oltre ad una necessità comunicativa.
Il giorno 8 aprile, giornata internazionale del popolo rom ha un senso?
Si, se il Governo e le Istituzioni Italiane hanno recepito questo riconoscimento ONU.
Allora perché delegittimare e dividere la popolazione romanì attraverso il nome?
Il mancato riconoscimento del nome è parte integrante del disastroso modello di sviluppo degli interventi per soffiare sul vento della divisione, ma in particolare è la dimostrazione di una volontà politica ed istituzionale di non riconoscimento della cultura romanì.
La strategia Italiana per l'inclusione dei rom è una questione di modello, di metodo, di strategie per svilupparne le azioni. Il modello, il metodo e le strategie di questo documento politico sono identiche alle scelte sbagliate del passato.
La condizione della popolazione romanì non scaturisce da scelte politiche o errori in buona fede, ma si tratta di uno strutturato "fenomeno" politico-mediatico-simbolico della società politica e della società civile che costituisce la premessa per fare della popolazione romanì il caprio espiatorio per eccellenza, oppure lo strumento per perseguire scopi o interessi di parte.
Ha un senso riprodurre per tanto tempo scelte politiche che già dal primo anno hanno dimostrato di essere sbagliate?
Se analizziamo la storia delle scelte politiche italiana ed europea per la popolazione romanì è facile trovare i virus di una società multiculturale che comunica ansie e paure del diverso e di una crisi di valori della società politica e della società civile, che diventa anche crisi economica.
Tutti concordano sul fatto che la percezione negativa della popolazione romanì nel dibattito pubblico è da attribuire all'assenza sia della conoscenza delle comunità romanès e della cultura romanì, sia della partecipazione attiva e professionale dei rom.
Avviare iniziative per la diffusione della conoscenza della popolazione romanì, della cultura romanì e della Romanipè rappresenta una sacrosanta esigenza, ma non è più sufficiente.
Alla facile e diffusa tendenza a denunciare e strumentalizzare i problemi, la società politica e la società civile hanno tutti gli strumenti normativi per pensare e costruire soluzioni, non improvvisate, bensì azioni di sistema, inserite in un contesto dotato di senso, per dare "risposte ragionate" ai bisogni dei cittadini.
Perché non lo fanno?
Perché la società politica continua a strumentalizzare la presenza ed i bisogni della popolazione romanì?
Perché il modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì continua ad essere proposto e/o gestito da presunti esperti e qualche folcloristico rom, che si arrogano il diritto di sostituirsi alla partecipazione attiva e professionale dei rom a tutti i livelli?
Perché la società civile continua a proporre e a gestire politiche differenziate e di assistenzialismo culturale?
La risposta è molto semplice.
Il modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì realizzato negli ultimi decenni è diventato un "sistema" fondato su stereotipi e pregiudizi e che di questi si nutre, producendo discriminazione.
Oggi occorre smantellare il "sistema" utilizzato nei confronti della popolazione romanì ponendo al centro della riflessione l'identità culturale romanì e costruire un dibattito pubblico diverso dal passato. Una diversa comunicazione che determini apprendimento e modifichi comportamenti.
I numerosi tentativi di categorizzare l'identità culturale romanì spesso hanno condotto alla percezione di un'inesistenza della cultura romanì. Nella realtà essa esiste ed è viva, è sopravvissuta a persecuzioni e continue negazioni nel corso della storia.
La frequente condizione di marginalità ha portato le comunità romanès a ziganizzare gli elementi di altre culture, ovvero a rielaborarli secondo la propria identità senza acquisirne la spinta evolutiva e, parallelamente, ad attivare una resistenza etnico-culturale di chiusura verso l'altro. Alla base di questo atteggiamento ci sono le ferite culturali del passato (emarginazioni, bandi, espulsioni, ecc.) che hanno generato un acuito sentimento di difesa verso la propria identità culturale e di ostracismo verso qualsiasi intervento esterno.
La popolazione romanì deve avere l'opportunità di prendere parte a un processo attivo di costruzione della politica e dei meccanismi di formazione degli organi istituzionali, al fine di parteciparli e di fare sentire la propria voce, evitando qualsiasi forma di partecipazione personalistica e auto-referenziale.
Ma il tema della "partecipazione attiva" è richiamato troppo genericamente e aprioristicamente quando si tratta di rom ed è utilizzata "come un mezzo", occasionale e autoreferenziale, in balia di eventi e della volontà altrui.
Dalla condizione di esclusione e di discriminazione la popolazione romanì non uscirà mai con l'assistenzialismo, con le politiche differenziate, con le politiche securitarie, con la denuncia o la ricerca approssimativa ed autoreferenziale, con la strumentalizzazione della partecipazione attiva e con il folclore.
L'assunzione di posizioni radicali è un punto critico al contrasto degli stereotipi, e chiude qualsiasi possibilità di dialogo. L'assunzione di posizioni radicali con il rifiuto incondizionato dello stereotipo si ritorce contro il tentativo di rimuovere i pregiudizi.
Dalla condizione di esclusione e di discriminazione la popolazione romanì può uscire SOLO con la realizzazione di un diverso modello di DIBATTITO PUBBLICO ed elaborare una nuova romanipè, che vuol dire spingersi verso un futuro, senza negare quanto di valido c'è nella tradizione, che rafforzi una maggiore consapevolezza culturale e sappia superare il rischio di falsi modelli che possono orientare verso una distorta coscienza dell'essere rom.
Verso l'elaborazione di una nuova romanipè.
Oggi la popolazione romanì ha la possibilità di superare le divisioni e le frustrazioni del passato e spingersi verso il futuro, senza negare la tradizione. Questo deve avvenire, però, con un diverso modello di protagonismo rom e con la partecipazione attiva ai processi decisionali politici e socio-culturali, dove esplicitare una dimensione non strumentale dell'emancipazione collettiva prima e individuale dopo.
Le comunità romanès, senza opportunità di dialogo e di confronto culturale attivo, hanno interiorizzato un forzato adattamento alle circostanze che non hanno permesso un'evoluzione della cultura romanì. L'isolamento culturale produce inevitabilmente un conflitto identitario.
Oggi le comunità romanès devono realizzare un processo di emancipazione tribale con il passaggio da una condizione tribale a una organizzazione politica.
Il collante di questo passaggio epocale è la romanipè: quindi è necessario elaborare una nuova romanipè. Il termine romanipè include tutti i valori e l'essenza dell'identità culturale romanì.
La romanipè è un punto di riferimento di tutte le persone delle comunità romanès da cui trarre la fierezza della propria appartenenza etnica e culturale. Per i cittadini italiani si parla di italianità, ovvero l'insieme dei valori della cultura e dell'identità culturale italiana. Per i cittadini delle comunità romanès si parla di romanipè.
Da una tradizione tribale occorre passare all'organizzazione politica, per cui, come tutti i passaggi epocali, si vive lo stress e la nevrosi della rottura. Si tratta di un processo culturale e politico che necessita di una visione strategica fondata su concetti e metodi definiti che portino un reale cambiamento rispetto al passato e al passaggio dalla mediazione alla partecipazione attiva.
E, inevitabilmente, nel cambiamento si chiama in causa il modello degli interventi realizzati che hanno condizionato sia l'incontro e il dialogo, sia la consapevolezza di essere rom ed essere una minoranza inserita in un contesto sociale definito.
Il conflitto identitario in atto nelle comunità romanès impone un passaggio che chiama in causa sia le scelte politiche sia la partecipazione dei rom. Mette in discussione, cioè, sia la modalità con cui conoscere la cultura romanì e gli interventi di sviluppo, sia il modello di coscienza di essere rom e minoranza nell'attuale contesto sociale, culturale e politico. Questo passaggio si può realizzare con la costruzione di una visione strategica e concetti e modelli di intervento di sviluppo. Elaborare una nuova romanipè è la visione strategica pensata e costruita da Fondazione romanì Italia.
La visione strategica di elaborare una nuova romanipè si fonda sul concetto di legalità come cultura dei diritti esigibili. Si sviluppa sul modello di partecipazione attiva dei rom, specifica e non esclusiva, nella dimensione dell'emancipazione collettiva. Una visione strategica in cui lo sviluppo dell'Intercultura è possibile se il patrimonio umano della persona è considerato parte integrante della società e contribuisce alla crescita sociale e culturale e se il suo bagaglio culturale è considerato un valore.
Per superare il conflitto identitario, e poter avviare un processo formativo culturale e politico, le comunità romanès devono elaborare una nuova romanipè, un processo di partecipazione attiva e consapevole dei soggetti e delle comunità alle sfide del terzo millennio.
Elaborare una romanipè 2.0 vuol dire spingersi verso un futuro senza negare quanto di valido c'è nella tradizione, basato sulla consapevolezza di vivere all'interno di una cultura che non è statica e immutabile. Significa pensare in termini di interculturalità e avviare processi di evoluzione culturale dinamici inclusivi e valorizzanti per tutte le culture.
In questo processo di valorizzazione dell'identità culturale e di elaborazione di futuro, le comunità romanès si fanno popolazione romanì e cercano una connessione con l'altro nella dimensione storica, sociale e culturale.
I principali obiettivi di una nuova romanipè sono:
a. avviare un diverso dibattito pubblico sulla popolazione romanì per costruire un nuovo approccio culturale, politico e metodologico con interventi inseriti in un contesto dotato di senso, che rispondano ai bisogni complessivi delle comunità e che non siano staccate e lontane dalla società
b. rimuovere le convinzioni che hanno falsificato la realtà e la cultura romanì
c. politiche per l'evoluzione della cultura e dell'identità romanì
Una nuova romanipè declina la dimensione propositiva e dinamica dell'identità romanì, che è stata sepolta dall'interiorizzazione delle rappresentazioni sociali dominanti, con la consapevolezza di vivere all'interno di una cultura che evolve senza sosta e che non è statica e immutabile.
Una nuova romanipè si identifica con il contrasto ai processi di discriminazione e di autodiscriminazione attraverso gli strumenti del self-empowerment e la promozione di processi di relazione interculturale che coniughino uguaglianza e differenze ed evitino falsi modelli di conoscenza e di coscienza dell'essere rom.
Una nuova romanipè si realizza con progetti di community welfare e con una nuova comunicazione sociale, culturale e politica per un dibattito pubblico diverso dal passato.

 

 

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